La storia di Clavesana Lo stemma di Clavesana

Il periodo storico di maggiore splendore per il paese di Clavesana fu indubbiamente l’Alto Medioevo quando fu sede di una dinastia aleramica.

Il ceppo aleramico, d'origine franco-salica, discende da una casa del Kent del VI sec., da cui derivarono anche i re di Provenza, d'Italia, i conti di Savoia e d'Aunate, i marchesi di Romagnano, i duchi d'Aquitania, i conti di Tolosa e d'Orange, i Capetingi, i Valois, i Borboni e gli Orleans.
Questa dinastia prende il suo nome da Aleramo, marchese della Liguria occidentale, la quale fu una delle tre grandi marche in cui vennero divisi Piemonte e Liguria dall'Imperatore Ottone I. Le altre due erano quella della Liguria orientale e quella di Torino o Arduinica o Auriate.
Alla morte di Aleramo (verso il 1000) la marca fu divisa in tre parti che diedero origine ai due rami della famiglia: i marchesi di Monferrato aleramici e i marchesi di Savona.

Da questo secondo ramo discese anche Tete II che ebbe in premio dall'imperatore Enrico II la contea del Vasto, in Abruzzo. Suo figlio Bonifacio fu perciò chiamato marchese del Vasto. Tra i vari principi che si contesero l'eredità della contessa Adelaide chi più di tutti si avvantaggiò fu appunto Bonifacio marchese del Vasto che riuscì a conquistare un territorio corrispondente all'attuale provincia di Cuneo.

Dopo la morte di Bonifacio marchese di Vasto, avvenuta tra il 1130 ed il 1135, i figli, compreso il primogenito diseredato, diedero vita a varie famiglie nobiliari liguri e piemontesi: da Bonifacio, il diseredato, derivarono i marchesi d'Incisa; da Manfredi I quelli di Saluzzo;da Guglielmo quelli di Busca; da Ugo o Ugone quelli di Clavesana; da Anselmo quelli di Ceva e del Carretto; da Enrico I i successivi marchesi di Savona; da Bonifacio, il minore, quelli di Cortemilia e da Oddone quelli del Loreto.

Ugo, divenuto marchese di Clavesana nel 1142, scelse come propria residenza questo paese probabilmente perchè facilmente difendibile in quanto la parte più alta del suo territorio è circondata da ogni parte da invalicabili dirupi erosivi detti Perticali ("Clavesana... con i suoi strani Perticali" G. Carducci) alti in alcuni punti più di duecento metri, che ne fanno un singolare esempio di territorio-fortezza.

Il marchesato di Clavesana comprendeva, oltre al paese, a nord le terre ed i castelli di Somano, Dogliani, Monchiero, La Morra, Farigliano; a ovest Lequio e Piozzo; a sud Marsaglia; a est Mombarcaro, Gottasecca, Monesiglio, Camerana, Saliceto, Cengio, Rocchetta, Bormida e tutto il territorio, il borgo e il castello di Millesimo, Olazza e il territorio di Cairo di là dal Bormida, Carretto, Vignale e Vignarola con il castello di Croce Ferrata e di Biestro. Inoltre al di là dell'Appennino possedeva, in comune con i marchesi di Ceva, le terre ed i castelli della valle di Renzo e di Cedano, con il vassallaggio dei signori di Pornassio e di Cusio, di Docio, di Almo verso ponente, di Lavagna, d'Aquila e Gavenola, di Castelvecchio, di Zuccarello e Balestrino. A questo marchesato si aggiunsero una parte dell'eredità del marchese di Cortemilia, morto senza prole, ed anche Oneglia con la sua valle.

La tenuta di CostapràNel 1170 il primo marchese di Clavesana, Ugone, moriva senza eredi: i suoi possedimenti passavano al fratello Anselmo di Ceva che, alla sua morte (1178), li lasciava al figlio primogenito Bonifacio I con il marchesato di Albenga.
Bonifacio I, che non ebbe figli maschi, maritò nel 1211 una sua figlia, Berta, al marchese di Monferrato Guglielmo, dandole in dote Mombarcaro e la parte del marchesato di Cortemilia che era stata ereditata da Ugone di Clavesana, perchè a quei tempi le donne non potevano essere investite del titolo marchesale, ma solo di quello di "comita".
Secondo le cronache dell'epoca, Berta fu "donna di singolare bellezza e specchiata onestà" e pare che il Boccaccio parli appunto di lei quando narra come la marchesa di Monferrato con un convito di galline e parecchie leggiadre parole respinse l'amore del re di Francia, venuto a trovarla mentre il consorte di lei partecipava ad una crociata.
Bonifacio I di Clavesana ,che già nel 1202 aveva esentato da ogni dazio i Certosini di Casotto (provvedimento esteso poi nel 1204 alla Badia di Casanova presso Carmagnola), sottomise nel 1216 il suo castello di Clavesana ai Cavalieri dell'Ordine di Gerusalemme per avere dagli stessi un valido sostegno.

Ma alla sua morte (Andora, 1221) il marchesato di Clavesana tornò ai principi cevesi e precisamente ai figli di suo fratello, Oddone e Bonifacio II. Bonifacio II era stato nel 1219 uno dei condottieri delle truppe di Genova ed aveva espugnato la città di Ventimiglia: per il coraggio dimostrato venne soprannominato Tagliaferro. I due fratelli tennero indiviso il marchesato fino al 1226.
Al momento della divisione del marchesato Bonifacio Tagliaferro ebbe la riviera di ponente e una piccola parte del marchesato (compresa Clavesana), mentre al fratello Oddone andò la parte maggiore del marchesato.
Oddone morì prima del 1233: il 16 dicembre di quell'anno i suoi quattro figli (Bonifacio III, Pietrino, Manuele e Francesco) con lo zio Bonifacio Tagliaferro si fecero cittadini di Genova e le vendettero, in cambio di un cospicuo vitalizio, Porto S. Maurizio, Diano e Duicedo; successivamente anche Andora. In compenso Genova si impegnò a difendere i marchesi di Clavesana dai nemici interni ed esterni (furono infatti suoi soldati a domare la rivolta degli abitanti delle valli di Ormea e di Arroscia contro Bonifacio Tagliaferro)

Durante le lunghe guerre tra Mondovi ed Alba, continuate malgrado l'intervento nel 1250 del vicario imperiale conte Tommaso di Savoia e conclusesi solamente con il trattato del 1256, i marchesi di Clavesana erano alleati con Alba, come i marchesi aleramici di Ceva, di Saluzzo, del Carretto ed il comune di Cherasco. Uscirono vincitori Alba ed i suoi alleati.
Nel trattato del 1256 si stabilì tra l'altro che Mondovì ed i Bressano (nativi di questa città e possessori del castello di Carrù) lasciassero che Bonifacio Tagliaferro possedesse pacificamente il territorio del suo marchesato nei precisi confini che aveva tenuto suo zio (nel tempo in cui i signori di Manzano erano padroni della villa e del castello di Carrù) con l'intesa che, qualora fossero sorte contestazioni, ogni cosa venisse risolta senza formalità di giudizio facendo rivedere, determinare e fissare i confini di Clavesana, di Carrù e di Carassone vecchio da anziani del luogo eletti concordemente dalle parti.

Dopo la morte di Bonifacio Tagliaferro (senza prole), il marchesato di Clavesana passò il 30 aprile 1268 ad Emanuele, figlio di Oddone. Questi si alleava nel 1288 con il marchese Guglielmo IV di Ceva e con il comune di Mondovì per entrare in guerra contro l'altro marchese di Ceva, Giorgio II detto il Nano, che intendeva accentrare nelle sue mani tutti i marchesati di ceppo aleramico.
La guerra scoppiò nel 1293, ma Emanuele di Clavesana morì prima della fine della stessa. Dopo l'alleanza stipulata nel 1295 da Giorgio il Nano con il comune di Asti (di cui divenne vassallo), Mondovì ed i suoi alleati dovettero accettare una dura pace (25 giugno 1297).
Con essa fu tra l'altro imposto che Oddone II e Francesco II, figli di Emanuele, fossero esiliati dalle terre di Mondovì, comune nel quale si erano trasferiti all'inizio della guerra. Oddone II e Francesco II ottennero però nel 1310 (in Chieri) dall'imperatore Arrigo VII la nuova investitura dei loro domini.

Oddone II lasciò la sua parte del marchesato al figlio Federico I (detto il Bestiale per i suoi furori) che a sua volta ne investì i figli Oddone III, Bonifacio, Manuele e Francesco III (16 gennaio 1357).
Nel 1381 però il marchesato era retto solamente da Manuele, che ne faceva omaggio (con la metà della valle Arroscia) alla Repubblica di Genova e da questa ne era nuovamente investito.
La discendenza di Federico il Bestiale si estingueva nella prima metà del XV secolo.
Francesco II, fratello di Oddone II, non aveva avuto che due figlie: Argentina e Caterina. La prima, già vedova di Raffaele Doria capitano di Genova e cavaliere ed ammiraglio del re Roberto di Napoli, sposò l'11 settembre 1322 Giacomo di Saluzzo; la seconda andò in sposa ad Enrico del Carretto. Così il marchesato di Clavesana appartenuto a Francesco II passò a tre diverse case: i Doria, i Saluzzo, i Carretto.

Nelle famiglie discese da Aleramo e specialmente in quella del Vasto (fatta eccezione per i marchesi di Saluzzo e del Monferrato) non era riconosciuto l'ordine di primogenitura nella successione della sostanza e del titolo. Per questo lo sminuzzamento del potere nei vari marchesati fece sì che nè i Ceva, nè i Busca, nè i Clavesana, nè i Carretto poterono impiantare una signoria, che si sarebbe indubbiamente trasformata in principato, come avvenne per i Saluzzo ed i Monferrato.
Il marchesato di Clavesana fu diviso nel XV sec. tra la Repubblica di Genova, i marchesi di Finale e di Saluzzo, i signori di Dogliani, che tennero la loro parte fino alla fine del XVII secolo.
Dal '700 in poi il marchesato di Clavesana, ridottosi quasi esclusivamente al castello ed al territorio del paese passò per via di donne agli Asinari astigiani signori di Cusasco, ai Corvi di Cuneo, ai Mussi ed ai Bava di Fossano, ai Caramelli di Cavallermaggiore, ai Devalle, ai Beggiani di S. Albano, ai Fauzoni Vegnaben dì Mondovì ed infine agli Alvernia di Alessandria.

ORIGINE DEL NOME E DELLO STEMMA

DI CLAVESANA

Le prove storiche dei diritti dei vari comuni a portare il proprio stemma non furono facilmente reperibili perchè i Giacobini piemontesi nel 1798 diedero alle fiamme in Torino, attorno agli alberi della libertà, le pergamene dell'archivio camerale che conteneva fra le altre carte i consegnamenti araldici.
L'unico dato reperibile per quanto riguarda Clavesana fu uno stemma eseguito in acquerello dall'ing. Filippi verso il 1880 figurante nell'albo pretorio del comune.

Il Filippi raffigurò uno scudo a fondo azzurro con due chiavi d'oro incrociate e sormontate da una "C" in nero. Lo scudo, contornato da due rami, uno di alloro e uno di quercia, porta in alto una corona formata da un cerchio di mura sormontate da quattro merli guelfi.

Il comune di Clavesana, quando sorse in contrasto con i diritti feudali dei vari signori succeduti agli antichi marchesi, volle affermare che le ragioni di sovranità di quei primi erano passate al comune che inalberò quindi nel suo gonfalone i loro colori araldici.

Se è facile scoprire l'origine dei colori dello stemma, assai più incomprensibili risultano gli altri due elementi:
Le chiavi incrociate e la "C". Il Bollea h riferisce ad un errore toponomastico commesso nel XVII sec. da mons. Agostino della Chiesa il quale pensò che il nome Clavesana derivasse da un antico "Clavis Januae" (Chiave dì Genova). Ciò non è possibile perchè se il suffisso "ana" può corrispondere a "Januae", non altrettanto si può dire per "Clavis". Infatti la base latina "Clavis" si è trasformata nel dialetto locale in "ciau" o "ciav" e se l'ipotesi di Agostino della Chiesa fosse esatta questo toponimo si pronuncerebbe "Ciausana" oppure " Ciavesana". Inoltre Clavesana si trova in una posizione geografica tale da non rappresentare alcun punto strategico sulla via per Genova.

Il nome del paese deriva invece, secondo uno studio del prof. Pietro Massia, dalla base "Calvisiana", nome di una "gens" che nel Piemonte meridionale ricorre frequentemente nelle lapidi gentilizie romane. Il nome "Caivisiana" (trasformatosi poi in "Clavisiana" per un fenomeno di presonanza o di metatesi e in seguito ancora in "Clavesana" per un indebolimento delle "i") era in origine un aggettivo retto da "villa" o "domus" e significava terra della gente Calvisia.

Si deduce quindi che le chiavi nello stemma del paese furono introdotte solamente dopo il 1600, in seguito allo studio del saluzzese Agostino della Chiesa, quando probabilmente fece la sua apparizione anche la "C" in nero ed anch'essa ha sapore saluzzese, in quanto l'iniziale del nome del paese nello stemma comunale è propria delle terre dell'antico marchesato di Saluzzo (Saluzzo stessa, Carmagnola, Racconigi, ecc.), mentre difficilmente la si vede comparire altrove.

L'attuale stemma di Clavesana fu probabilmente concepito o da mons. Agostino della Chiesa o da qualche dotto che conosceva i manoscritti dello stesso e molto facilmente prima del 1600 Clavesana issava sul proprio gonfalone solamente l'azzurro e l'oro degli antichi marchesi aleramici.

 

Indice